marocco

Aprile 2011 - Marocco - Gorge du Todra

Destinazione: Gorge du Todra

Mezzi usati: aereo, auto, biciclette, dromedari

Struttura d'appoggio: Auberge Le Festival - Tinghir

Attività praticate: arrampicata su roccia, trekking, visite culturali

Ambienti frequentati: gole rocciose, deserto, città

Periodo di permanenza: 2 settimane

Il nostro viaggio
Come tanti, in inverno, ci troviamo la sera a tirare un po’ di plastica, per stare in allenamento, per vedere un po’ di amici, parlare delle ultime gite con gli sci o organizzare un’uscita su una cascata.
Quando arrivo al CAI di Inverigo intirizzito dal freddo e stufo della giornata di lavoro, trovo Daniele seduto sul materasso sotto il pannello che invoca le ferie di Natale per andare a sciare qualche giorno. “Non dirlo a me, poi dopo Natale tutta una tirata fino all’estate, ci vorrebbe una pausa. Qualche anno fa ho fatto una settimana a Sharm el Sheik a marzo: una vera manna!”.
Il passo Tizi-n-Tichka Mentre prova la partenza di un boulder, e si vede che vorrebbe essere ad arrampicare su ben altro materiale, propone: “Già, e se andassimo in Marocco tra Marzo e Aprile???”.
È così che nasce l’idea di questo viaggio e, ad Aprile, ci troviamo al gate del volo 2591 con destinazione Marrakech.
In mezzo qualche mail per prenotare l’albergo alle gole di Todra, qualche informazione su come spostarsi, la solita ricerca delle (poche) relazioni sulle arrampicate e poco altro: lì si vedrà.
Si parte dal clima milanese non proprio primaverile e via, arriviamo in Marocco dove ci accoglie… un cielo nuvoloso e una leggera pioggerellina. Cominciamo bene. Non proprio quel ci aspettavamo, ma l’importante è essere in vacanza!
Il meteo di ristabilisce presto e la prima calda giornata la passiamo in città passeggiando per la medina e il mercato, vistando piazza Jāmiʿ el-Fnā e le moschee e, soprattutto, gustando i primi sapori dell’ottima cucina berbera. La sera ci fermiamo in un confortevole riad, dallo stile ben lontano dagli hotel addomesticati alla moda occidentale.
Anche se l’ospitalità della città è eccezionale, è tempo di muoverci verso le gole di Todra, torneremo a Marrakech a fine vacanza, con nel cuore i colori, i profumi e i sapori di una terra e di un popolo che meritano ben più di una vista.
Noleggiamo una Dacia Logan che si dimostrerà una cara compagna di viaggio: gomme lisce, 130.000 km all’attivo e un po’ di sedimento nella seconda metà del serbatoio non la fermeranno neppure sulle piste della Parigi Dakar (in verità con l’aiuto del “maestro di chiavi” che sbloccherà il tappo del serbatoio con una chiave fatta a mano che ancora conservo come una reliquia).
Le prime arrampicate All’inizio dei 400 km che ci separano dalla destinazione la nostra Dacia ci regala un emozionante testa-coda, complice l’asfalto bagnato e le ruote lisce. Poi le emozioni sono tutte legate ai paesaggi, unici; la strada sale i 2.260 m del passo di Tizi-n-Tichka attraverso pianure e vallate dove il rosso della terra contrasta con il verde acceso di una vegetazione spesso abbondante.
Lungo la strada che porta al punto più alto del trasferimento è pressoché impossibile fermarsi a fare una foto senza essere avvicinati dagli ambulanti.
Superato il passo si inizia la discesa verso Ouarzazate e la valle del Draa e il deserto comincia gradualmente a prendere il sopravvento.
L’asfalto a tratti sembra perdersi fino all’orizzonte e abbiamo l’occasione di soccorrere uno sfortunato con l’auto in panne a decine di chilometri da qualsiasi cosa. Si fa lasciare al primo paese e ci spiega dove abita suo cugino pregandoci di avvisarlo che farà tardi, troveremo il cugino che dorme in macchina nel cortile di casa!
Arriviamo a Tinghir nel tardo pomeriggio e la salita nelle gole di Todra cambia ancora il paesaggio, le pareti a picco e la solitudine dopo la turistica imboccatura delle gole promettono giorni da ricordare e arrampicate magnifiche. L’Auberge Le Festival, l’ultimo delle gole prima del successivo abitato rurale di Tamtetoucht, è un posto incantevole per la posizione, per i silenzi nelle stellate notti marocchine, per la lontananza da qualsiasi forma di civiltà (vera o presunta) e, soprattutto, per la gentilezza e l’ospitalità delle persone che vi lavorano con passione e umiltà.
Il paesino in mezzo al niente Preziosi saranno anche i suggerimenti di Abdou, l’unico arrampicatore della zona, per le nostre scorrazzate sulle pareti di rosso calcare.
Le giornate scorrono veloci come le bici, che ci mettono a disposizione all’albergo, quando scendiamo lungo le gole per raggiungere i siti di arrampicata. Le vie sono impegnative, le chiodature ottime anche se rade.
Capita che il primo spit sia molto in alto e anche di non trovare l’ultima sosta quando si esce sull’altipiano, dove i pastori berberi recuperano l’inox da vendere come un prezioso metallo. Più che la tecnica di arrampicata in se, è l’ambiente del tutto particolare in cui ci trova che condiziona le giornate, la presenza di pochissimi arrampicatori rende noi l’oggetto della curiosità dei locali, soprattutto dei bambini.
Trasporto percore All’attacco di una via un piccolo pastore ha tentato di barattare la sua frombola con i miei friend, lo scambio era un po’ svantaggioso, ma ha almeno ottenuto un sacchetto di biscotti da dividere con le sorelline.
Meno gradite sono le attenzioni per gli zaini, da lasciare sempre in posti sicuri, la povertà, è noto, non è una buona consigliera.
Oltre alle arrampicate meritano i trekking sulle alture sopra le gole. Lì regna una gran solitudine e paesaggi aridi interrotti qua e là da macchie di vegetazione. Eppure, anche quassù, il popolo Berbero riesce a vivere di quel poco che la terra offre e che i pastori nomadi hanno imparato a sfruttare al meglio. Si incontrano insediamenti e recinti di pietra per le capre.
Tenda berbera Un tratto di strada lo facciamo insieme a tre ragazzine apparentemente dai 14 ai 16 anni che conducono muli carichi lungo il sentiero. Non si lascano fotografare, come la religione musulmana impone, ma sono visibilmente divertite dalla nostra presenza e noi non meno dal loro modo rude di condurre i muli.
Ci separiamo in prossimità di Tamtetoucht, abitato dove un corso d’acqua rende possibile l’agricoltura sulla fertile terra di queste zone e il Marocco ci regala ancora uno scorcio della sua civiltà lontana dalle città e dalle principali mete turistiche. Ogni sera, in albergo, ci sono persone nuove che arrivano da Marrakech e fanno tappa nelle gole di Todra per andare poi nel deserto; per due settimane nessuno che si fermi più di una sera.
Sono turisti, come lo siamo noi, ma pensiamo che si perdano qualche cosa a non fermarsi in queste zone più lontane dalle grandi direttici, ma più vicine alla vita del popolo Berbero. Dopo qualche giorno riconosciamo gli insediamenti di questo o quell’altro pastore e i loro spostamenti, intanto la confidenza con il personale dell’albergo aumenta e impariamo come servire il tè secondo l’uso berbero, si ha l’occasione di parlare di cucina, di suonare insieme e, perfino, di parlare di politica.
Così quando esprimiamo il desiderio di andare a vedere il deserto subito arriva la proposta: “vi presentiamo Abdul, vive qui a Tinghir, ma la sua famiglia è vicina al deserto. Se gli date un passaggio, approfitta per vedere i suoi, e organizza la gita per voi senza far parte di carovane numerose”. Perfetto.
Il deserto Abdul sa di essere nato nel 1971, ma non sa la data esatta. Ancora una volta ci troviamo con una persona dai modi gentili che ci guida con grande umiltà quasi non si rendesse conto che senza di lui non ci saremmo allontanati molto dalle strisce asfaltate che portano verso Merzouga, dove partone le gite nel deserto. “Tourne droite”, il mio francese è un po’ arrugginito, quello di Daniele peggio: “ha detto gira a destra? Qui?”. Seguiamo le istruzioni e ci troviamo a condurre la nostra Dacia Logan su quelle che poco dopo Abdul ci spiega essere stata anche una pista della Parigi-Dakar.
Si incontra ben poco per circa un’ora, poi, in corrispondenza di un’oasi, un piccolo insediamento. E’ qui che vive la famiglia di Abdul. Ci invitano a prendere il tè, i ragazzini si mostrano, come di consueto, i più incuriositi delle nostra presenza. In attesa che il gran caldo ceda un po’ visitiamo l’oasi dal limite della quale, su una duna di sabbia di vede in lontananza il confine algerino.
Lo sguardo vero il confine algerino Il pozzo, vera ricchezza di questa famiglia oggi ha qualche problema alla pompa di cui veniamo resi partecipi, sembra di vedere quelle macchine che ci si aspetta di osservare al museo della tecnica a Milano. Ma questa tecnologia, per noi forse un po’ obsoleta, la sapienza, le tradizioni un forno per il pane sono tutto quello di cui ha bisogno questa famiglia.
Si fanno presto le 17 e i nostri dromedari sono pronti. In sella e via, guidati in un mare si sabbia dove sembra di perdersi dietro a ogni duna, oltre la quale appare un paesaggio di infinita desolazione fino all’orizzonte.
E’ una desolazione che non angoscia, anzi che trasmette una grande pace, sembra impossibile che esista un mondo fatto di persone in coda in auto e, ancora più strano, è pensare che in realtà noi stiamo vivendo una parentesi, perché è di quel mondo di caos e inquinamento che noi facciamo parte. La nostra guida che cammina scalza nella sabbia, conducendo i dromedari orientandosi non sappiamo come appartiene a questo posto dove la natura comanda i ritmi e che noi definiamo terzo mondo.
I due bambini che giocano sulle dune ci danno il primo segno della vicinanza dell’accampamento di tende dove vivono una coppia con i loro figli, qualche pecora e null’altro. I popoli che vivono qui sono piuttosto schivi, la nostra tenda è leggermente distaccata dalle loro, non cenano con noi, ma ci trattano con grande rispetto. La cucina è ottima, come orami ci siamo abituati in Marocco, ma come forse non ci aspettavamo nel deserto. Passeggiamo in solitudine sulle dune fino al tramonto e, calato il buio, restiamo naso all’insù ad ammirare una volta celeste che si può ammirare dove la luce artificiale non arriva.
Il gusto di correre liberi L’alba non è meno spettacolare, le dune si accendono del rosso e del giallo ocra tipici di questi paesaggi. Poco dopo colazione i nostri dromedari sono ancora pronti, con meno entusiasmo ci prepariamo al ritorno verso l’oasi dove arriviamo dopo poco più di un’ora.
A parte qualche sussulto che ci regala il sedimento in fondo al serbatoio della macchina, il viaggio di ritorno verso le gole di Todra scorre regolare. Visitiamo Er Rachidia e Essauria, dove ci fermiamo ad ascoltare la musica Gnawa. Gli Gnawa sono un popolo di etnia nera, proveniente dal centro Africa, la cui presenza in Marocco è testimonianza della tratta degli schiavi che dalle zone centrali del continente passava dal Marocco.
Si torna a Todra e si torna a arrampicare. Sempre più entusiasti e affascinati da questo luoghi. Dalle pareti verticali la vita della gola ha ancora un’altra prospettiva, ci sentiamo osservatori di un mondo che stiamo appena sbirciando da una porta socchiusa, ma dalle soste riconosciamo la zona degli orti, qualche pinnacolo di cui abbiamo appreso i nomi e tutto ci comincia sembrare familiare.
Così anche la seconda settimana sembra volare, tra arrampicate e visite alle gole di Dades e al palmeto di Tinghir. Una visita la mercato cittadino e ci lasciamo “accalappiare” dal mercante di tappeti; sappiamo che alla fine vorrà venderci qualche cosa, ma fa parte dei modi locali e lo assecondiamo ben volentieri: anche questo è parte del viaggio. Dopo una lunga trattativa sorseggiando tè berbero facciamo i nostri acquisti e ci congediamo.
L’ultima sera a Todra (e meno male che abbiamo aspettato l’ultima sera) approfittiamo per visitare il l’hammam di Tinghir, piacevole restare stesi al caldo. Il massaggio è un po’ traumatico: se lo avessimo fatto prima lo stiramento provocato a Daniele non lo avrebbe fatto più arrampicare: fortunatamente da domani è solo auto.
È tempo di tornare: il viaggio di ritorno ci da ancora qualche emozione grazie alla nostra fida compagna di viaggio che procede a singhiozzo perché pesca ancora non si sa bene cosa dal fondo del serbatoio. Le concediamo una pausa di riposo, mentre visitiamo la Kasbah di Ait-Ben-Haddou set di molti film tra cui Lawrence d’Arabia.
Un’ultima notte al riad e ancora una visita a Marrakech prima di rientrare. Sotto l’ala dell’aereo ci dispiace vedersi allontanare l’Atlante. Per quest’anno in palestra non ci andremo più, siamo tornati con la voglia di rivedere spazi aperti, di godere dei silenzi della montagna, più riposati, più felici e, soprattutto un po’ più amici. Regali d’Africa.

by Sergio

<< elenco dei viaggi